Restano le crepe. Un milione di crepe. E da queste nessuna luce riesce a entrare (o a uscire). Sono stretti pertugi che si uniscono alla sommità dei ricordi di un'altra mattina di paura. La cosiddetta seconda scossa. Un salto improvviso della casa, l'attesa di un crollo che per fortuna non si realizza. La fuga che non si deve fare: ebbene, sono recidiva per il terrore, mentre tutto si scuote. E quando arrivo fuori e tutto si muove ancora e ancora, penso a chi è via. Sono sola, fino a quando tutto non si placa.
Fino a quando, passate diverse ore, non arriva una chiamata.
Un poeta amico con una proposta. Una luce, in mezzo a tanto buio, che mi porta ad attivarmi, malgrado tutto sia allo sbando.
Certezze, pareti assenti, notti insonni.
E, improvvisamente, la poesia intorno, ad abbracciare la speranza della ricostruzione.
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martedì 29 maggio 2018
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