lunedì 29 gennaio 2024

Le parole che non ti ho detto: la libertà è creatività e la creatività è libertà

Le parole costruiscono racconti. Le parole possono emozionare. Ma le parole possono anche arrivare come sassi, ferire. Le parole sono l'unità di misura minima per chi scrive. Per chi crea. E non c'è niente di peggio della parola ingabbiata. Quella che scorre su un binario a senso unico, perché decontestualizzata, privata delle sfumature che consentono di evocare qualcosa. Di sorridere o di ridere di noi. Di pizzicarci, mostrando i nostri vizi e difetti. In quest'ultimo caso, a quanto pare, la situazione si fa difficile, nell'epoca dei permalosi; permalosi che poi lasciano cadere le parole, non dicono quello che vorrebbero dire o, al contrario, dopo aver straparlato di diritti, attaccano con violenza chi ha un altro pensiero. E sappiamo che dalla violenza nasce solo altra violenza, mentre le parole bruciano come le streghe al rogo. E alcune sono quelle che Alice voleva dire a una persona. Ma non poteva. Ecco com'è andata.

Alice aveva una parola in testa. Una parola che non avrebbe dovuto dire. Offende le persone. Offende il senso comune. Eppure con quella parola, Alice guadagna un altro punto di libertà. E poi, è veramente offensiva? 
"Dico la verità."
"Così, vuoi conoscere la verità?"
La verità. Un abbaglio, un fantasma privato del lenzuolo, un cadavere in decomposizione, il cibo avanzato di un pranzo luculliano. Nulla era quello che sembrava e quello che sembrava a volte era soltanto il nulla. E forse questo nulla corrispondeva a una sola faccia del dado lanciato. La possibilità che, in realtà, Trixy altro non fosse che una donna normale. Straordinaria, nel suo porsi, ma umana nella sua essenza. (Alice nel labirinto).
Dicevano che la censura era un'invenzione eppure le volevano impedire di parlare. Era solo una parola. Contestualizzata, ironica, eversiva. Una parola che non avrebbe calpestato nessuno. Una parola che non richiedeva repliche. Una parola che esprimeva solo una cosa. La libertà. Il diritto. L'espressione.
Una parola può far male, ma ancora più male quando ti dicono che devi ragionare in un modo e poi sostengono che non esiste la censura. 

Non c'è niente di peggio del fanatismo che non vede più la ragione. 
Delle storie che contano più per il messaggio che non per l'arte. 
Della creatività imbrigliata. 
Della creatività che non sa essere creativa. Perché non c'è creatività senza libertà e viceversa e non si può essere artisti se si è in gabbia. 

Alice si sposta verso la persona. Si potrebbe offendere, non può dirle la parola e non gliela dice. Ma così resta un sospeso, il ti voglio bene che avrebbe potuto offendere la persona. Ormai siamo alla frutta semantica. 
Era solo un ti voglio bene, ma qualcuno poteva battezzarla con un ismo, l'ossessione della parola che imbriglia il pensiero.
Alice si ferma, guarda la persona.
"Ti voglio bene" dice, alla fine.
La persona si offende ma lei si sente libera. Lei non ha detto nulla di male, mentre la pagliuzza è indicata da chi ha la trave negli occhi.
Uno scrittore non può avere paura delle parole. Nessuno deve avere paura delle parole, mentre il male continua a dilagare, ancora più forte. Mentre il Nulla inghiotte Fantasia. 
  



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