"Elena?"
Non so come sia accaduto. Nel mio girovagare tra i navigli e i vicoli ciechi, l'ho ritrovato.
Alla metro di Porta Genova, in attesa dell'ultimo treno.
Ataru è senza occhiali e con la faccia stropicciata dal pianto. Io, invece, ho stropicciato il cuore e le gambe che mi portano indietro e poi avanti, al ritmo degli occhi febbrili che vogliono bloccarmi.
Ataru infila la mano nella giacchetta e allora penso che tutto quello che ha fatto e detto sia stato tutto il frutto di un gioco.
Ataru è ancora iscritto all'ordine. Ataru è ancora nel pieno della sua corsa e quello che ho visto è stato soltanto lo scherzoso pit-stop di un amico che voleva dirmi qualcosa.
Ataru estrae una biro. Non il cartellino. Volge il palmo della mano a lui e scrive qualcosa che mi mostra, avvicinandosi.
E vedo...
